ESTRATTO DEL ROMANZO
Ero seduta su una panchina al binario quattro, una di quelle panchine gelide, sporche, piene di scritte insensate.
Pallida, spettinata, con lo sguardo fisso nel vuoto, ero sola, in compagnia
della mia disperazione, in quella stazione deserta. I muri che mi stavano
attorno, nel raccontare chi era passato per quel marciapiede, non facevano
altro che confondermi. I colori vivaci dei manifesti proponevano una vita
fasulla, sporca, forse più della mia.
La pubblicità, anima del commercio.
No, la pubblicità non ha anima.
Il cappotto che indossavo, color carta da zucchero,
non mi riscaldava; niente, in quel
momento, sarebbe riuscito a riscaldarmi. Nessuno, in quel fottuto momento,
avrebbe potuto consolarmi.
Era un bel cappotto, un capo da sartoria, e poteva far pensare a tutti che
l'avessi rubato. Invece era mio, cucito dalla mia sarta Agata, che, ignara di
chi io fossi veramente, si sforzava di essermi amica.
Nemmeno trent'anni, e a guardarmi rappresentavo quello
che, per definizione, è un rifiuto umano. Triste, perché mi ricordavo giovane e
bella. Alta per essere una donna, con un corpo esile, un seno proporzionato
alle altre misure e con due grandi capezzoli che guardavano il cielo. I
lineamenti del viso, raffinati, come se fossero stati tracciati a matita e poi
sfumati fino a scomparire.
La carnagione chiara e il portamento elegante aggiungevano classe a quella che
ero, che ero stata.
Con le lacrime agli occhi, e un movimento di dissenso
del capo, mi compativo. Aspettavo l'arrivo di un treno, un treno qualsiasi, in
quella fredda e tetra stazione.
Un treno che scaricasse passeggeri per recuperare qualche lira.
L'orologio fissato alla parete che mi stava davanti
segnava sempre la stessa ora. Da tempo ero seduta su quella panchina di fronte
a lui. Lo guardavo, e lui, stupido, continuava a segnare le dieci e venti.
Non potevano essere le dieci e venti, perché se fosse stato mattino mi sarei
sentita meglio.
Se invece era sera, avrei già avuto in tasca i soldi per una dose.
"Oppure aveva ragione lui": avevo perso la nozione del tempo. Guardavo lungo i
marciapiedi, ma non c'era nessuno.
Nessuno in quella lurida città che
prendesse un treno per andare da qualche parte.
Nessuno che, dopo una giornata di sporco lavoro, tornasse a casa.
All'improvviso l'altoparlante gracchiò un annuncio, ma
non erano buone notizie: «Allontanarsi dal terzo binario», disse.
Io aggiunsi a voce alta, prima che lui potesse finire:
«Per treno pieno di stronzi, in transito a tutta velocità».
Mi alzai, superai la famigerata linea gialla, quella
che separa la vita dalla morte, chiusi gli occhi e allargai le braccia, come se
stessi volando.
Il treno sfrecciò a pochi centimetri dal mio corpo; lo spostamento d'aria mi
fece roteare su me stessa e un sorriso scaturì dalle mie labbra.
Provai un brivido.
Non m'importava nulla della mia vita: io non avevo più una vita, mi divertivo a
giocare con la morte.
Con la mente lontana da quanto stavo vivendo, ritornai
alla panchina e mi rannicchiai in me stessa, non per il freddo, ma per
difendermi dal mondo intero che, in quel momento, mi era estraneo.
Seduta con la schiena appoggiata al muro e con il mento sulle ginocchia, chiusi
gli occhi.
Aspettavo un annuncio che portasse buone notizie e, come mi succedeva quando ero disperata, non riuscendo a trovare una ragione per continuare a vivere nel presente, frugavo nel passato.

